C’è un verso nella porzione Kedoshim che ha tre parole che conosciamo bene- Ve’ahavta Lere’acha Kamocha, “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Rav Akiva, il maestro di Rav Shimon Bar Yochai, dice che arrivare a questo stato in cui amiamo gli altri come amiamo noi stessi è lo scopo di tutti gli insegnamenti spirituali e di tutto il nostro lavoro spirituale. 

Rav Ashlag scrive qualcosa a questo riguardo ne ‘la Saggezza della Verità” e che io ho condiviso ed insegnato molte volte. Tuttavia, sono arrivato ad una comprensione totalmente nuova delle parole Ve’ahavta Lere’acha Kamocha e di cosa significano praticamente. E la verità è che la maggior parte di noi pensa di sapere cosa significano, ma io dubito che qualcuno di noi si avvicini al viverle veramente. Il problema, a questo riguardo, come insegnano i Kabbalisti, è che tutto ciò che facciamo al di là di questo non è un aspetto del vero lavoro spirituale. Dobbiamo capire, spiega Rav Ashlag, che tutte le altre azioni, gli strumenti, i comandamenti e gli insegnamenti hanno un solo scopo: far arrivare ognuno di noi individualmente ed il mondo collettivamente allo stato in cui amiamo gli altri come amiamo noi stessi. Gli studi della Torah sono commentari, spiegazioni e comprensioni di questo singolo insegnamento, e ci portano allo stato di cui alle tre parole del verso, oppure no. 

Però, prima di poter arrivare anche a capire come possa essere vero, dobbiamo comprendere cosa significano veramente queste tre parole, perché penso che la maggior parte di noi le fraintenda. Noi pensiamo che arrivare allo stato finale in cui ci prendiamo cura e amiamo gli altri come facciamo con noi stessi significhi prenderci cura di tutto ciò di cui abbiamo bisogno e poi prenderci cura anche dei bisogni degli altri. Ma il verso non dice questo; non dice ‘Ama anche il tuo prossimo’. Dice ‘amalo come te stesso’. Significa condividere e prendersi cura dell’altro in ogni suo aspetto, come facciamo con noi stessi. Significa guardare sempre quelli intorno a noi e soddisfare i loro bisogni e i loro desideri prima di soddisfare i nostri. Per esempio, se stiamo per mangiare i cereali al mattino, prima di portare il cucchiaio alla bocca, prima guardiamo per capire se c’è qualcuno nel mondo che non ha i cereali, e diamoci da fare per essere sicuri che tutti ne abbiano. Solamente allora potremo tornare a casa e mangiare i nostri. 

È importante che ci rendiamo conto, penso, che ci stiamo imbrogliando rispetto a come viviamo questo insegnamento. Dobbiamo arrivare a capire che gli innumerevoli libri che abbiamo letto, le lezioni che abbiamo ascoltato, le azioni di condivisione e le connessioni che abbiamo fatto sono state inutili, a meno che non ci abbiano portato verso  Ve’ahavta Lere’acha Kamocha. E ci prendiamo in giro dicendo, “ho proprio bisogno di diventare una persona che dà e che condivide di più”, perché quando lo diciamo, usiamo solo due parole: prenderci cura di, o amare, gli altri. Ma ci sono tre parole: amare e prenderci cura degli altri come facciamo con noi stessi. 

Rav Ashlag ci spiega un concetto che lo dimostra. Parla di cosa significa per una persona che ha un servitore prendersi cura di questo servitore. Dice, per esempio, che se in casa ci sono due cuscini, il padrone deve fare in modo, prima di posare la testa sul suo cuscino, che il servitore abbia il suo. Dice che il padrone, prima di mangiare il suo cibo, deve fare in modo che il servitore abbia il suo. Ma, cosa più importante, dice che, se c’è un solo cuscino o una sola bistecca, il padrone deve assolutamente fare in modo che sia il servitore ad averli prima di lui. 

Rav Ashlag va avanti a spiegare che vivere questo insegnamento non vuol dire condividere o essere una persona spirituale. Vuole che ci rendiamo conto che quando dice di amare gli altri come amiamo noi stessi, significa: primo, fare sempre in modo di prenderci cura dei bisogni degli altri prima dei nostri; e secondo, se c’è un solo modo per soddisfare o i nostri bisogni o quelli degli altri, dobbiamo prenderci cura prima di tutto di questi ultimi, anche se significa che noi resteremo senza niente. 

Questo è, penso, molto al di là rispetto a dove si trova la maggior parte di noi. Poiché tutto quello che facciamo di spirituale o che ha natura spirituale, come con le nostre connessioni, ha di fatto un solo scopo: raggiungere questo stato. Quindi, dobbiamo chiederci quante volte, l’anno scorso, o anche in questa vita, abbiamo fatto un’azione in cui c’era qualcosa di cui avevamo bisogno, e un altro uomo ne aveva lo stesso bisogno, e noi glielo abbiamo dato a lui per primo. 

Non siamo delle persone che condividono solo perché viviamo le prime due parole del verso e ci prendiamo anche cura degli altri, invece che prenderci cura degli altri nello stesso modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi. Sì, vivendo le prime due parole del verso saremo bravi, saremo delle persone spirituali che piacciono agli altri, perché diamo quando lo vogliamo, quando possiamo, o quando ci è comodo. Ma così non stiamo vivendo Ve’ahavta Lere’acha Kamocha. 

Sforzarci di dare prima ad un altra persona ciò di cui anche noi abbiamo bisogno deve diventare una parte fondamentale della nostra vita. E se capiremo veramente questo concetto, vedremo che è uno di quegli insegnamenti che può veramente cambiare non solo il nostro modo di vedere le cose, ma anche il modo in cui viviamo tutti i giorni.