Quando Mosè arriva sul confine della terra di Israele e dice al Creatore, “fammi andare a vedere questa terra”, egli usa la parola Na, che significa “per favore”. I Kabbalisti dicono che Mosè sapeva che ogniqualvolta avesse usato la parola Na due volte, la sua richiesta sarebbe stata concessa; per esempio, quando volle dare la guarigione a sua sorella Miriam, disse la parola Na due volte.

Il Creatore risponde a Mosè dicendo, “non parlare con Me, smetti di chiederMelo”. In quanto, se Mosè avesse detto la parola Na di nuovo, gli sarebbe dovuto essere concesso il permesso di entrare nella Terra di Israele. Quindi, se leggiamo questa parte letteralmente, risulta molto strana; sembra come se il Creatore sia sotto il controllo di Mosè. Questo non è il modo in cui la maggior parte delle persone comprende Dio, che noi vediamo come onnipotente. Non dovrebbe essere che se il Creatore non vuole far entrare Mosè nella Terra di Israele, allora Mosè non entrerà nella Terra di Israele? Che differenza può fare quali parole Mosè usa?

Nella creazione di questo mondo, il Creatore ha messo in campo un sistema; una parte importante del quale viene di fatto cresta dalle nostre parole. E pur essendo vero che se il Creatore avesse voluto cambiare la natura e non permettere a Mosè di entrare anche dopo che avesse pregato due volte con la parola Na, Egli avrebbe potuto farlo. Ma il modo in cui il sistema spirituale è organizzato- che il Creatore non modifica, a meno che non sia estremamente necessario- è che noi creiamo con le nostre parole.

Perciò, se Mosè avesse detto Na due volte, sarebbe dovuto entrare nella Terra di Israele. Questa è la natura del sistema, e il potere delle nostre parole. La maggior parte delle persone pensa alla preghiera come ad un modo per chiedere a Dio delle cose. Però, da quanto detto noi impariamo che la preghiera non è un modo di chiedere; è un modo per creare. E questo è uno dei doni più grandi che ci viene dato nello Shabbat Reʼeh.

C’è un altro punto dove troviamo il risveglio del potere delle parole come mezzo per creare: quando Isacco vuole dare le benedizioni a suo figlio Esau. Noi conosciamo la storia- Giacobbe che si veste come Esau, ed Isacco pensa che sia Esau
così gli dà le benedizioni. Dopo che Giacobbe se ne va, Esau entra ed Isacco si rende conto di aver benedetto il figlio sbagliato, e dice, “Ad ogni modo, queste benedizioni si adempiranno comunque”. Perché? Se Isacco non voleva benedire Giacobbe che lo aveva imbrogliato, non poteva riprendersele e dire, “Ho fatto uno sbaglio”?

No, non poteva. Poiché una volta che Isacco diede le benedizioni, le sue parole le avevano già create. Con questa conoscenza, adesso abbiamo bisogno di modificare la nostra consapevolezza riguardo alla preghiera. Ricodare Isacco. Ricordare Mosè ed il Creatore. Le nostre parole creano, e lo fanno nella misura in cui noi ne siamo consapevoli. Una delle ragioni per cui le nostre preghiere non ricevono una risposta è perché di solito, quando preghiamo, facciamo una richiesta al Creatore. Ma adesso sappiamo che non funziona così. Adesso sappiamo che quando diciamo le parole durante la preghiera, di fatto stiamo agendo noi stessi come dei creatori, e se non comprendiamo che è questo che stiamo facendo, allora non stiamo davvero pregando.

Uno dei doni che Mosè risveglia in noi nello Shabbat Reʼeh è il rafforzamento della nostra certezza che siamo capaci di creare con le parole. Se avessimo veramente la certezza che possiamo manifestare la Luce con le nostre parole in ciò che chiamiamo preghiera- che adesso sappiamo non sono parole di preghiera, ma parole di creazione- succederebbe. Ma non l’abbiamo. Abbiamo il dubbio, anche se vogliamo veramente credere, anche se vogliamo veramente avete la certezza. C’è un solo indicatore per capire se la Luce del Creatore si manifesterà attraverso una persona oppure no, e consiste nella misura in cui questa persona sa di poter creare con l’aiuto della Luce.

Per riuscirci, abbiamo bisogno di sentire che la Luce del Creatore è effettivamente sempre con noi. Il modo per valutare come ci stiamo comportando a questo riguardo sta nel fare un passo indietro per guardare certe cose che facciamo o che non permettiamo a noi stessi di fare. Se percepissimo sempre la Luce del Creatore con noi, ci sono delle cose che non permetteremmo a noi stessi di fare. Non è corretto dire, “Quando arriverò a creare con le mie parole, allora la Luce del Creatore sarà con me. Ma quando cado, quando mi comporto senza rispettare la dignità umana, quando mi comporto con rabbia, la Luce del Creatore non è con me”.

Non possiamo rivolgerci al Creatore solo quando ne abbiamo voglia; o vediamo con certezza che la Luce è sempre con noi, e quindi siamo in grado di creare e di cambiare attraverso le nostre parole, oppure no. Quando ci rendiamo conto di avere questo potere, ci rendiamo conto che dev’essere così sia nei momenti in cui abbiamo bisogno della Luce, sia nei momenti in cui ce ne dimentichiamo.

È una lezione molto potente: la quantità di forza che abbiamo nel creare con le nostre parole della preghiera dipende solamente da quanto sappiamo che la Luce del Creatore è con noi. E questo dev’essere un pensiero a 360°. Non possiamo averlo solamente quando ne abbiamo bisogno rispetto a quando non ne abbiamo bisogno.
Questo insegnamento ci mostra quanto sia facile per noi, con le nostre parole, attirare la Luce per creare cambiamenti e miracoli.

La parola Re’eh significa “vedere.”
Cosa vuol dire vedere? Andare a nuovi livelli di consapevolezza. Adesso abbiamo una nuova conoscenza di cosa significhi pregare. Noi, attraverso le nostre parole, abbiamo il potere e la capacità di creare ciò per cui stiamo pregando. In che modo attiriamo una capacità più grande per creare queste cose? Risvegliando una vera e costante certezza che la presenza della Luce del Creatore è sempre con noi.