Si parla spesso del nostro desiderio di devekut, cioè la completa unità con la Luce del Creatore; quali sono, però, i modi concreti per arrivarci? Al fine di cogliere questo concetto di unità della nostra anima con la Luce del Creatore e renderlo ancor più pratico, Rav Ashlag, scrive che ci sono due aspetti del nostro lavoro spirituale. Uno è una connessione emotiva o spirituale col Creatore sulla quale, spero, stiamo tutti lavorando. Essa va di pari passo con una conoscenza, una consapevolezza, del Creatore. Questa conoscenza, come mio padre Rav Berg ci ricordava sempre, ha a che fare con la connessione.

Tuttavia, una connessione che conduce alla consapevolezza non è solo un sentimento spirituale provato da una persona; c’è una vera e propria forma di conoscenza che ne deriva. Rav Ashlag dice che si tratta della forma di conoscenza più importante per la quale dobbiamo lavorare. Ancora più importante, ci dice, è il modo per raggiungere questa conoscenza, questa consapevolezza, e cioè attraverso il ripetere costantemente al proprio cuore, o il ricordarsi costantemente, della Luce del Creatore. Ed e’ così che siamo in unita’ con la Luce del Creatore, con la vera conoscenza e in autentica connessione, con la Luce del Creatore.

La relazione fra noi e la Luce del Creatore dovrebbe giungere ad un livello tale per cui la nostra percezione e consapevolezza della Luce del Creatore è ovvia e chiara, invece che basata sulla fede o sul credo; come una conoscenza viscerale della Luce del Creatore tale da parlare al Creatore come se stessimo parlando ad un amico. Quando ci troviamo di fronte ad un nostro amico e gli parliamo, non dobbiamo dire alle nostre menti che il nostro amico esiste, perché questo è ovvio per noi. Sta là, di fronte a noi, ci stiamo parlando e c’è quella relazione e quella connessione. Non esiste nessun dubbio nella nostra mente che riguardi questa interazione e connessione; è chiara per noi e allora iniziamo a costruirci sopra instaurando una conversazione. Perché? Perché i nostri occhi, dei quali ci fidiamo, ci stanno dicendo che il nostro amico si trova là. Percepiamo la sua presenza, il fatto che possa sentirci e che le sue orecchie sono aperte ad ascoltarci. Siamo arrivati a credere che è la prova viscerale a rendere tali le cose. La conoscenza del nostro amico col quale stiamo parlando è chiara, non c’è dubbio o non c’è credo. È certa nella nostra mente e nel nostro cuore come qualunque altra cosa che sappiamo essere vera. Quindi, quando parliamo con un amico, si tratta di una conversazione fluida.

Pensiamo, però, a quando abbiamo poco campo nel telefono. La conversazione non è più fluida perche’ diciamo qualcosa e non siamo sicuri che il nostro amico ci abbia sentito o che sia ancora in linea. Poi il nostro amico ci dice qualcosa e non siamo sicuri di averlo sentito…questa non è di certo una conversazione fluida. Una conversazione che scorre è davvero necessaria perché essa dipende dalla certezza della connessione. Si basa sulla certezza nella conoscenza del fatto che la persona con cui stiamo parlando e con cui ci stiamo connettendo si trova lì, assolutamente, senza alcun dubbio. Questa, come la chiama Rav Ashlag, è la conoscenza nella nostra mente e nel nostro cuore.

Rav Ashlag usava l’esempio del sedersi su una sedia con un amico che si trovi di spalle a noi, così i nostri occhi non vedono l’amico che si trova lì e le nostre orecchie non necessariamente lo sentono tanto bene. Sebbene sappiamo che si trova lì, la nostra certezza riguardante la comunicazione è ridotta. In quel momento, la nostra conversazione è la manifestazione di un livello di connessione che non sarà più così chiaro. Non sarà una conversazione fluida, anche se sappiamo nella nostra mente che di sicuro si siede di spalle a noi.

Quindi, immaginate quella realtà. Proviamo a parlare con qualcuno che si trova seduto dietro di noi. Non siamo più lontani da lui di quando lo saremmo se fosse seduto proprio davanti a noi, però la nostra conversazione è già tutta confusa. Sarà una conversazione completamente non fluida, disturbata dalla mancanza di chiarezza dei cinque sensi che la presenza del nostro amico di fronte a noi porterebbe. Questo genere di conversazione non funzionerà bene, dice Rav Ashlag, perché il nostro cuore non è ben fermo in questa connessione. Tuttavia, quando il nostro amico si siede di fronte a noi e i nostri occhi lo vedono e sappiamo che le sue orecchie ci sentono, il nostro cuore è chiaro ed è completamente presente in quella connessione; quindi, possiamo avere una conversazione fluida. Eppure, il disturbo nella chiarezza dell’esistenza del nostro amico quando si siede di spalle a noi e i nostri occhi non lo vedono causa una conversazione che non puo’ più essere fluida. Per via di questo dubbio che si risveglia nel nostro cuore, la conversazione non può più andare avanti.

Ed è proprio questo che si dice nella Torah, e cioè che lo scopo del lavoro spirituale e dello studio spirituale è ciò che viene chiamato il costante lavoro per portare qualcosa nel nostro cuore, il che significa risvegliare quella costante connessione e certezza. Una costante conoscenza. Dev’esserci quel costante portare indietro la Luce del Creatore nella nostra consapevolezza e nel nostro cuore cosicché la conversazione con la Luce del Creatore possa diventare fluida e non una connessione disturbata – questo perché una connessione disturbata non porta sempre Luce.

Si dice nel Talmud che se le nostre preghiere scorrono, sappiamo con certezza che le nostre preghiere saranno ascoltate. Quando la nostra connessione con la Luce del Creatore scorre, questo significa che siamo giunti a un livello di consapevolezza privo di dubbi nella connessione che abbiamo con la Luce del Creatore stessa – quindi le nostre preghiere saranno ascoltate ed ogni connessione che compiremo rivelerà Luce. Quando c’è una connessione disturbata, quando si tratta di una connessione in cui ci sono dubbi o una mancanza di chiarezza a livello dell’esistenza del Creatore, non tutte le preghiere saranno ascoltate o rivelate.

Quindi, è questo il significato quando si dice che dobbiamo conoscere e portare qualcosa nel nostro cuore. Significa che il più alto livello di esistenza spirituale è quello in cui la nostra relazione, certezza e conoscenza della Luce del Creatore è risvegliata da continui “memo”. Quindi, durante il giorni, dobbiamo continuare a ricordarci, a  dirci e continuare a concentrarci sia sull’esistenza della Luce del Creatore sia sul fatto che tutto è Luce del Creatore e, quindi, il lavoro deve essere concentrato.

Rav Ashlag usa il termine “lavoro duro”. Dobbiamo compiere il duro lavoro di ricordarci dell’esistenza della Luce del Creatore intorno a noi e in tutto. Questo ci conduce al livello della conoscenza del Creatore. Quindi, Rav Ashlag dice che se lavoriamo duramente e con diligenza per risvegliare quel livello di conoscenza dell’esistenza della Luce del Creatore, arriveremo a quel livello chiamato emunah, il livello più alto di certezza. Esso poi diventerà così forte che raggiungeremo il livello massimo di devekut, il livello più importante di unità con la Luce del Creatore.