Michael Berg

Quando mio padre Rav Berg viveva negli Stati Uniti, e il suo insegnante, Rav Brandwein, viveva in Israele, studiavano in modo molto diverso; uno era attraverso le lettere. Ho già  parlato in altre occasioni delle lettere che Rav Brandwein scriveva a mio padre, e in esse c’è un solo insegnamento che Rav Brandwein ripete due volte e che ha a che fare con la porzione di Korach. Questo insegnamento, pertanto, deve essere fondamentale e molto  importante.

Nella porzione, Korach va da Mosè con due argomenti fondamentali. Sostiene con tutti gli Israeliti la falsità dell’interpretazione di Mosè delle parole di Dio, della Torah. Dice a Mosè, se ci fosse una stanza piena di libri, almeno alcuni di quei libri menzionerebbero la sezione della Torah dove si trova innumerevoli volte la mezuzah. Quindi, egli chiede, quella stanza ha ancora bisogno di una mezuzah, il pezzo di pergamena che menziona lo Sh’ma, anche quando è già lì innumerevoli volte nei libri nella stanza? Mosè dice di sì; anche in questo caso in cui c’è una stanza piena di libri, deve ancora esserci una mezuzah. Quindi Korach solleva il punto successivo. Il tzitzit, un indumento che indossiamo, ha una stringa blu attaccata ad esso. E chiede a Mosè, se l’intero indumento è blu, allora abbiamo ancora bisogno di quell’ultima stringa di blu? E Mosè dice ancora di sì. Korach continua quindi a dire a tutti gli Israeliti riuniti attorno a lui che queste risposte sono stupide, in quanto non hanno alcun senso logico, e sono, quindi, interpretazioni che lo stesso Mosè si inventa.

Quindi, Rav Brandwein spiega quale è il segreto di queste due domande. Una stanza piena di libri, dice, rappresenta qualcuno che ha tutta la conoscenza e le informazioni di cui ha bisogno. Ma quel tipo di persona ha anche bisogno di mantenere il livello chiamato emunah, un livello di certezza nella Luce del Creatore in modo tale che con tutto ciò che vede, indipendentemente da cosa sia, mantenga sempre la consapevolezza che, “Anche con tutta la mia comprensione, non riesco ancora a capire”. È la stessa spiegazione che Rav Brandwein dà alla stringa blu; rappresenta anche il livello di emunah, di certezza. Anche se una persona la ha già, deve ancora aggiungere quell’ultimo livello di ulteriore certezza.

Spesso, ci sono persone che seguono il sentiero spirituale perché per loro ha senso. Tuttavia, questo non è il cammino per essere veramente connessi. Perché dobbiamo chiederci: “Che parte del lavoro che sto facendo, per me non ha senso?” Forse è scomodo per noi, ed è per questo che non vogliamo farlo, o forse non ha senso logico per noi, ed è per questo che non vogliamo farlo. Ma un individuo la cui vita spirituale è entro i confini della sua comprensione e conforto, ma non oltre, non è una persona veramente connessa.

Pertanto, Mosè cercava di insegnare a Korach che, salvo che non siamo in grado di aprirci alla comprensione che il nostro lavoro spirituale deve andare sempre al di là di ciò che comprendiamo, dobbiamo sempre spingerci per crescere, cambiare e svilupparci per andare avanti, al di là di ciò che per noi è comodo e logico, nessuno del nostro lavoro spirituale risponde allo scopo per il quale siamo venuti in questo mondo.

E pertanto, Rav Brandwein dice a Rav Berg che quando stiamo facendo il nostro lavoro spirituale, ovviamente dobbiamo fare ciò che capiamo, ma dobbiamo anche spingerci oltre i limiti di ciò, ma, cosa molto più importante, dobbiamo sempre essere certi che c’è un aspetto del nostro lavoro spirituale dove ci spingiamo a fare qualcosa che per noi non ha senso, che non comprendiamo e questo ci crea disagio. Perché solo se il nostro lavoro spirituale comprende anche il passo successivo, siamo sulla via per manifestare e rivelare lo scopo per cui la nostra anima è venuta in questo mondo.

Questa è una lezione che, sfortunatamente, Korach non aveva capito, e che Mosè, nello Shabbat Korach, insegna a tutti gli Israeliti e a noi. E spero che tutti noi non solo ascoltiamo questa lezione, perché mio padre l’aveva ascoltata due volte dal suo insegnante, ma che abbiamo anche la capacità di viverla costantemente: spingendoci, nel nostro lavoro spirituale, oltre i confini della nostra comprensione e conforto. Perché quello è l’unico modo per arrivare a vivere veramente lo scopo per cui la nostra anima è venuta in questo mondo.